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Vivere il territorio

Il triangolo lariano è un mix di arte, cultura, sport ed avventura.
Lasciati guidare dai percorsi a tema per conoscere il territorio oppure scopri i tesori d'arte e cultura che possiamo offrire.
Se l'escursione all'aria aperta è quello che cerchi, allora non hai che l'imbarazzo della scelta, a piedi o in bicicletta.
E se preferisci lo sport estremo, eccoti accontentato: parapendio, kitesurf e pareti da scalare sono pronti per metterti alla prova!

 

Casa del Pellegrino (Civate)  

Casa del Pellegrino (Civate)Civate, già famosa per gli affreschi romanici di San Pietro al Monte e di San Calocero, ospita anche un pregevole ciclo di affreschi di caccia e d’amor cortese, recentemente recuperati e resi fruibili al pubblico. Si tratta di due Camere Pictae quattrocentesche, collocate nel complesso della Casa del Pellegrino.

L’edificio ha origine antica, e probabilmente costituiva uno dei luoghi di accoglienza per i numerosi pellegrini che visitavano il monastero.

Il complesso attuale si presenta come una corte composta da corpi di fabbrica di epoche diverse, il cui nucleo più antico è quattrocentesco.

Una facciata con antiche cornici in cotto, pareti dalla rara tipologia “a graticcio” e archi ogivali si affacciano sulla corte interna.

Al primo piano troviamo le due Camere Pictae, che presentano uno straordinario ciclo di affreschi tardogotici: scene di caccia e d’amore d’ambiente cortese che nascondono una complessa simbologia, in gran parte ancora da svelare.

I pochi documenti rimastici testimoniano come nel 1630 la casa, allora abitata dalla famiglia Canali, venne donata alla Scuola del SS.mo Rosario (che operava nell’antico oratorio di San Vito e Modesto, oggi Chiesa Parrocchiale).

Dopo numerosi passaggi di proprietà, nel 1942 l’edificio viene donato alla Parrocchia.

Nel 2002 sono iniziati i lavori per il recupero dell'edificio e il restauro degli affreschi, a lungo nascosti sotto l’intonaco.

 

Inaugurato nel settembre 2013, l'edificio è oggi visitabile tutte le Domeniche dalle ore 16.00 alle ore 18.00 (info su www.lucenascosta.it)

Centro Fatebenefratelli (Valmadrera)  

Centro Fatebenefratelli (Valmadrera)Il Centro Culturale Fatebenefratelli è posto nel centro storico della città, ad est della chiesa Parrocchiale.

Comprende edifici (risalenti a diverse epoche) che si affacciano su una piazza interna. Attualmente ospita la Biblioteca Civica, la Sala Consiliare, la Sala Auditorium, la Sala Esposizioni e l’Orto Botanico.

Di proprietà della famiglia Mandelli almeno dal sedicesimo secolo, che vi possedevano una “casa da nobile” e una “stalla con cascina e torchiera con due tinere”, il centro viene lasciato in eredità ai frati dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio - detti appunto Fatebenefratelli - dal conte Carl’Andrea Mandelli, entrato nel loro ordine nel 1687.

Le proprietà dei Fatebenefratelli non si limitavano all’attuale complesso, sulla cui facciata principale campeggia il loro stemma, ma coprivano circa un terzo del territorio coltivabile di Valmadrera.
I Fatebenefratelli divennero quindi centrali nella vita della comunità per i contributi che versavano, per il lavoro che le loro terre offrivano ai Valmadreresi, e per l’ assistenza che procuravano agli infermi.

Nel centro trovavano luogo l'ospizio per i malati e un laboratorio farmaceutico dove si utilizzavano le erbe medicinali ricavate dal contiguo Orto botanico.

 

Oggi di proprietà comunale, il Centro si propone come fulcro delle attività culturali della città.

Chiesa (incompiuta) di san Michele al Monte Barro (Galbiate)  

Chiesa (incompiuta) di san Michele al Monte Barro (Galbiate)La chiesa di San Michele, esempio di architettura barocca lombarda, fu progettata dall'architetto milanese Attilio Arrigoni per volontà del notaio galbiatese Francesco Spreafico che allo scopo aveva, con suo testamento nel 1682, destinato metà della rendita dei suoi beni per costruire nell’omonima località un santuario dedicato al Santo.

Questa località, nonostante non ebbe mai più che una ventina di abitanti, aveva assunto una certa popolarità fin dall’epoca longobarda, ovvero da quando funzionava una chiesetta dedicata a San Michele presso cui venivano sepolti morti provenienti da tutto il territorio lecchese.

Nel 1718 iniziarono i lavori sotto la direzione dell'ing. Fabrizio Sirtori, allievo dell'Arrigoni. Un secondo lotto di lavori venne eseguito fra il 1741 e il 1743; infine nel 1754 l’edificio, ormai ultimato, non venne completato come da progetto iniziale che probabilmente aveva previsto una cupola ottagonale con tiburio, ma con una soluzione più economica, vale a dire un tetto a capanna, il quale crollò nel 1939.

La nuova chiesa non fu mai completata negli arredi, nella pavimentazione e nei serramenti e pertanto non fu mai adibita alle funzioni di culto; si continuò invece a officiare nell’antichissima chiesetta risalente probabilmente al periodo longobardo, inglobata nella nuova come cripta.

L'entusiasmo per coronare il progetto venne meno soprattutto per il venir meno dei finanziamenti. La località mantenne comunque una certa importanza, soprattutto perché fin dal settecento, era considerato come luogo ideale per feste popolari culminanti nella famosa Sagra di San Michele rimasta in auge fino all’interruzione nel secondo dopoguerra. In questi ultimi anni la sagra è stata riproposta con un buon successo.

Chiesa dei Santi Nazaro e Celso (Civate)  

Chiesa dei Santi Nazaro e Celso (Civate)Situata in località La Santa, la Chiesa dei Santi Nazaro e Celso si trova oggi all’interno di un crocevia di arterie stradali che si immettono direttamente lungo la strada statale 36 del Lago di Como e dello Spluga.

Citata la prima volta nel Liber Notitiae Sanctorum Mediolani di Goffredo da Bussero, che visse tra il 1220 e il 1289, la chiesa è però più antica. Tra le ipotesi vi è quella di un’iniziale contemporaneità costruttiva con l’Abbazia di S. Pietro al Monte (VIII secolo), come fanno pensare i ritrovamenti strutturali avvenuti durante le campagne di scavi archeologici del 1993 ed alcuni elementi dell’antichissima cripta. Chiaramente visibili sono poi le tracce della fase romanica, come i muri di fondo e gli archetti pensili sulla parete di destra.

Attualmente la chiesa si presenta nell’aspetto Settecentesco:

  • la facciata è scandita da lesene che reggono il timpano triangolare raccordato da volute a due piccoli corpi laterali nati come ossari,
  • il campanile è a pianta quadrata e scandito in altezza da quattro cornici.

All'interno la chiesa presenta un'unica navata, suddivisa in quattro campate con volta a botte, ed il presbiterio rialzato, al di sotto del quale si trova la cripta divisa da quattro colonne in tre piccole navate.

La costruzione della chiesa proprio in questa zona è da ricondurre alla presenza di una sorgente d’acqua sotterranea (che sgorgava in una vasca nella cripta) e al vicino insediamento delle postazioni militari romane, nonché al transito di pellegrini e commercianti. È stata dunque edificata in un punto nevralgico per il controllo militare, economico e per il culto religioso. Non si può dunque escludere un’origine romana o tardo romana dell’edificio.

Tradizionalmente quest’area è chiamata La Santa, probabilmente in riferimento all’appellativo latino Sancta, utilizzato per antonomasia dai soldati romani per la divinità Cerere, patrona della terra e della fertilità; forse un riferimento ad un originario edificio di culto precristiano.

Chiesa di S. Andrea (Civate)  

Chiesa di S. Andrea (Civate)La posizione della chiesa, ai bordi del lago di Isella, può essere ricondotta al Santo cui è stata dedicata. Andrea infatti, insieme al fratello Pietro, era un pescatore e nel momento in cui fu chiamato ad essere discepolo di Gesù, divenne per Lui “pescatore di anime”.

La collocazione sulla penisola di Isella (che era una località strategica fin dall’epoca romana, a difesa dei magazzini del grano posti nella retrostante Annone) può dunque essere ricondotta al legame simbolico dell’acqua con la figura del Santo.

La chiesa è di modeste dimensioni, con una facciata a capanna delimitata dai due spioventi della copertura lignea.

L'interno presenta un'unica navata con una volta a botte ribassata.
Una balaustra in pietra arenaria delimita la zona del presbiterio dove è collocato l’altare maggiore in marmo, realizzato nel 1759.
Sopra quest’ultimo, in una nicchia, è conservato un prezioso bassorilievo in pietra raffigurante una Madonna con Bambino ed i Santi Pietro ed Andrea.

Sono inoltre presenti alcuni interessanti lacerti di affreschi dove si possono individuare la raffigurazione della sommità di un baldacchino o di un panneggio e due Angeli ai lati.

Chiesa di San Nicolao e San Sigismondo (Figina - Galbiate)  

Chiesa di San Nicolao e San Sigismondo (Figina - Galbiate)La Chiesa di San Nicolao e San Sigismondo a Figina, risalente al XII secolo, è un esempio di architettura romanica borgognona, essendo stata costruita per il priorato cluniacense fondato da Contessa, vedova del milanese Azzone Grasso, con atto del 16 agosto 1107. In questo documento, conservato nella Biblioteca Nazionale di Francia, appare una delle prime attestazioni del toponimo "Brianza".

Quanto al priorato di Figina, si sa che esso ebbe vita lunga ma stentata; le rendite erano sufficienti per il mantenimento di pochi monaci; dal 1498 diventò commenda incorporata nell'abbazia di S. Dionigi e dal 1532 fu ridotta a beneficio semplice. Funzionò quindi a Figina un Cappellano che durò fino alla soppressione del beneficio nel 1797.

La Chiesa è sotto la giurisdizione della Parrocchia di Villa Vergano; si presenta ad una sola navata, ma le chiamate esterne sui muri perimetrali fanno chiaramente supporre che originariamente doveva essere a tre navate. Internamente oggi presenta un aspetto neoclassico, a seguito di radicali lavori di ristrutturazione avviati dai Prinetti dopo la privatizzazione (1797).

E' degna menzione il "Lezionario di Figina", un codice miniato appartenuto al Monastero di Figina e ora conservato presso la Biblioteca Ambrosiana ove fu trasferito nel 1603 per ordine del Cardinal Federigo.

Chiesa di Santa Maria Beata Vergine Assunta (Sala al Barro)  

Chiesa di Santa Maria Beata Vergine Assunta (Sala al Barro)La costruzione di questo edificio risale all’alto medioevo: probabilmente fu edificata sulle fondamenta di una struttura precedente, utilizzata per culti pagani di origine longobarda.

E’ del 1143 il primo documento ad attestarne l’esistenza: si tratta della bolla di Papa Celestino II che la annovera tra le chiese soggette alla giurisdizione ecclesiastica monzese.

Nel XVIII secolo l’edificio venne allungato e coperto da volte, mentre nel XIX secolo venne riformulata la facciata. Di romanico resta il fusto del campanile, nel quale si aprono due bifore.

Chiesa di Santa Maria degli Angeli (Eremo di Monte Barro)  

Chiesa di Santa Maria degli Angeli (Eremo di Monte Barro)Il Monte Barro, sul quale sorge a quota 750 la chiesa di S. Maria, ha avuto una notevole importanza strategica nel periodo tardo-antico con il suo castello realizzato nella parte sommitale per iniziativa dello Stato romano e tenuto dai Goti fino al 540 circa con funzione difensiva e di controllo rispetto ai tracciati viari che passavano ai suoi piedi (via d’acqua del lago di Como e pedemontana Bergamo-Lecco). Esisteva quindi sul Barro un castrum di notevole importanza che aveva nella località Eremo il punto più difeso e munito, provvisto probabilmente di un edificio di culto dedicato a San Vittore, un santo venerato dai presidi militari dipendenti da Milano.

La presenza della chiesa è documentata alla fine del Duecento nel Liber Notitiae Sanctorum Mediolani di Goffredo da Bussero con dedicazione a S. Vittore (In Barri ecclesia Sancti Victoris).

Francesco Sforza, divenuto signore di Milano nel 1450, fece costruire sul Barro un fortilizio poco sopra la chiesa di S. Vittore, dove pochi decenni dopo sarebbe sorto il convento francescano. Il presidio si avvaleva inizialmente di 15 uomini ma dopo la pace di Lodi (1454) che poneva fine alle ostilità tra Veneti e Milanesi, perdeva di importanza e la piccola guarnigione fu ridotta a poche unità.

Nell’antichissima chiesa di S. Vittore era custodita una statua della Madonna che pare essere stata inviata qui da S. Ambrogio. A questa statua, da secoli venerata, vennero attribuiti eventi miracolosi; tra questi si ricorda il tentato trafugamento della statua avvenuto nella seconda metà del Quattrocento e così descritto dal Parroco Pietro Villa (1857-1936): Volendo alcuni levare dalla chiesa il simulacro della Madonna per portarlo in paese, i portatori nel transitar per diroccato sentiero furono accecati e, per riacquistar la vista dovettero deporre il simulacro presso lo sporgente macigno e riportarlo poi nella chiesa.

Questi eventi rinvigorirono la devozione dei fedeli, spinsero, intorno al 1480, alcuni maggiorenti galbiatesi a intraprendere i lavori di ampliamento della chiesetta originaria e ad erigere una confraternita in onore della Vergine i cui statuti furono approvati il 22 agosto 1488. La chiesa fu quindi intitolata alla Madonna.

I maggiorenti di Galbiate chiamarono ad officiare nella chiesa appena ingrandita i Padri Francescani Osservanti del Convento di San Giacomo di Lecco e vi approntarono alcune stanze costruendo un piccolo romitorio in grado di accogliere una decina di religiosi.

Nel 1491 la comunità di Galbiate, in pubblica assemblea, donò la chiesa a frate Isidoro di Milano che agiva per conto di padre Bernardino Caimi, vicario provinciale dell’Osservanza milanese. Successivamente i galbiatesi misero a disposizione dei frati anche vari terreni attorno al convento da utilizzare come orto, come giardino e una vasta area boschiva e prativa.

I Frati Minori del Convento di San Giacomo rimasero fino al 1533 e, lasciato il Monte, il loro posto fu occupato dai padri Riformati di Milano che scelsero il convento del Barro come luogo ideale, appartato e solitario, particolarmente favorevole alla vita contemplativa. I Minori Riformati hanno sempre considerato l’Eremo di Monte Barro quale “culla” (“Mater et Caput”) di tutta la Riforma Milanese.

Nei primi decenni del Cinquecento vi fu un ampliamento della chiesa con la realizzazione di due cappelle laterali, quella di S. Francesco e quella di S. Antonio da Padova e con il prolungamento dell’abside per realizzare il coro. Si ebbe quindi una chiesa con la parte costituita da una navata unica e dalle cappelle laterali riservata ai laici e la parte del presbiterio e dell’abside riservata ai religiosi. I frati comunicavano direttamente alle stanza dell’attiguo convento con la zona presbiteriale e del coro dove si recavano per le preghiere comuni a cominciare dalla recita del mattutino alle due del mattino.

Padre Girolamo Subaglio, morto nel 1654, ci ha lasciato scritto com’era il tenore di vita dei Riformati del Monte Barro: “Unione continua con Dio nel raccoglimento, nel silenzio e nella vita di solitudine; due ore di meditazione al giorno: ufficiatura diurna e notturna con l’ufficio parvo della B. V. Maria; ufficio dei Morti e recita dei Salmi Penitenziali; veglia notturna eucaristica; digiuni quaresimali praticati dal padre San Francesco; cibi cotti due volte la settimana e negli altri giorni pane, frutta e verdura; dormire sulla terra o sulle tavole; macerare il corpo con cilici e flagelli; vivere in estrema povertà”.

Durante la peste del 1620-30 i frati del Monte Barro assistettero amorevolmente gli appestati e morirono tutti contagiati dal terribile male.

Per parecchio tempo il convento di Monte Barro accolse un noviziato: chi desiderava seguire la più stretta osservanza francescana entrava in questo convento, rivestiva il saio francescano, assumeva il nuovo nome e vi trascorreva un anno di preparazione che si concludeva con la professione solenne dei Voti Religiosi.

Nel 1745 troviamo che all’Eremo vi erano 20 padri; nel 1778, in prossimità delle leggi tendenti a ridurre il numero dei conventi, leggi introdotte da Giuseppe II d’Austria, nel convento del Monte Barro vi erano 12 padri, 3 laici e 2 professi.

Il convento venne soppresso una prima volta nel 1798 ai sensi della legge emanata dalla Repubblica Cisalpina, riaperto l’anno successivo e chiuso definitivamente nel 1810, anche se l’ultimo frate riformato, Spirito Conti di Vignola, che continuò ad officiare a Monte Barro morì nel 1824.

Dopo la soppressione del convento in epoca napoleonica chiesa e convento passarono attraverso vari proprietari, fra i quali il barone Pietro Custodi.

Nel 1853 il compendio dell’ex convento francescano viene venduto alla Parrocchia di Galbiate per poi, nel 1867 venire incamerato dal Regio Demanio e messo al pubblico incanto.

Nel 1873 il Comune di Galbiate acquista quella proprietà, esclusa la chiesa, per consentire alla popolazione galbiatese di continuare ad accedere ad una località che per secoli avevano frequentato.

Nel 1886 il Comune di Galbiate vendeva il compendio di Monte Barro con l’ex convento all’ing. Ambrogio Campiglio, Direttore delle Ferrovie Nord Milano, che agiva per la costituenda Società Alberghiera Cova di Milano per impiantarvi un Albergo. Il Grande Albergo Monte Barro, inaugurato nel 1889 rimase attivo fino al 1927. Esauritasi l’affluenza dei milanesi che trovavano più comode e raggiungibili altre mete rispetto a quella del Monte Barro, accessibile solo a piedi o a cavallo, l’albergo andò incontro a un melanconico declinio.

L’albergo fu acquistato nel 1931 dai coniugi Felice e Gina Balassi per trasformarlo in Sanatorio; si era in un periodo in cui ferveva la campagna antitubercolare e il luogo si prestava allo scopo per il suo particolare microclima dove si rilevavano estati meno calde e inverni meno rigidi rispetto ad altre località di eguale altitudine. Nel 1932 i coniugi Balassi costruirono la strada carrozzabile che rimase privata con inevitabili malumori di chi, per necessità di caricare fieno e legna, doveva tutte le volte chiedere il permesso di transito. L’ex convento, rimasto immutato nella struttura fino verso la fine dell’Ottocento, subì parecchie modifiche e aggiunte volumetriche quando fu trasformato in Albergo (1889) e ancor più quando fu adattato a Sanatorio (1933). L’incremento maggiore fu attuato tra il 1950 e il 1955 quando lo stabile fu portato a 5 piani fuori terra, a partire dal piazzale della chiesa; in totale i piani diventarono 9. Del vecchio convento nulla era rimasto se non la chiesa gotica quattrocentesca di Santa Maria.

Nel 1969, venuta meno la necessità di case di cura per malattie polmonari, la sig.ra Marta Balassi dispose che l’intera proprietà andasse a favore degli Istituti Riuniti Airoldi e Muzzi (IRAM) – Casa di Riposo per anziani – di Lecco.

Nello stesso anno ha inizio nel lecchese un intenso dibattito sull’opportunità di fare del Monte Barro un Parco e nacque il Consorzio per la salvaguardia del Monte Barro che nel 1976 acquistò l’intero compendio per 450 milioni di lire di cui 200 ottenuti dalla Regione e il resto pagati dai Comuni Consorziati. Nel 1996 il Consorzio Parco Monte Barro (il Parco regionale fu istituito nel 1983) diede il via all’abbattimento di 3 piani del grande edificio demolendo 13.500 mc.

Ora il Parco Monte Barro, che ne è proprietario, ha nel compendio dell’Eremo l’Ostello Parco Monte Barro, il Bar Ristorante Eremo Monte Barro, il Centro Parco Giuseppe Panzeri con il Museo Archeologico del Barro e il Museo naturalistico, il Centro Parco per l’educazione ambientale e spazi per convegni, corsi, proiezioni, esposizioni e laboratori didattici.

Mentre si scrivono questi appunti la Parrocchia di Galbiate ha in corso un primo lotto di restauro del patrimonio artistico della chiesa e il Parco ha in corso altre opere di ristrutturazione finalizzate alla realizzazione di un Polo turistico culturale all’interno del quale l’antica chiesa di S. Maria è un gioiello da preservare e valorizzare.

IL PATRIMONIO ARTISTICO DELLA CHIESA

GLI AFFRESCHI PIU’ ANTICHI

Nella parete destra, in alto, vi sono i resti di una Madonna tenente in braccio il Bambino e con ai piedi la figura di un orante. L’opera, portata alla luce nel 1901 scrostando la parete, potrebbe risalire al primo decennio del Cinquecento; nell’orante potrebbe essere rappresentato Antonio del Sasso di Civate che nel 1509 finanziava il dipinto di una Madonna nella chiesa di Santa Maria.

Sempre sulla parete destra, protetta da una vetrinetta, vi è La Madonna del latte, un soggetto caro alla tradizione francescana: è il più pregevole dipinto conservato nella chiesa con eleganti tratti riconducibili alla scuola leonardesca Si pensa sia stato realizzato dopo l’arrivo degli Osservanti a Monte Barro tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento.

GLI AFFRESCHI SEICENTESCHI

San Rocco, rappresentato in abiti da pellegrino, con bastone e conchiglia, mostra una piaga sulla coscia. La conchiglia era simbolo del pellegrinaggio a Santiago di Compostela, il bastone è il mezzo di trasporto del pellegrino, mentre la piaga della peste sulla coscia è l’attributo principale di questo santo che fu colpito da questo male. In basso un cane che porta un pezzo di pane ricorda la leggenda che quando il santo si ammalò un cane gli portava il pane.

San Sebastiano, triburio delle guardie pretorie vissuto dal III al IV sec., convertito, subì il martirio.

Nella tradizione popolare le ferite del santo erano paragonate a quelle di Cristo e, per questo, l’artista dipinse le cinque frecce.
Cappella di S. Francesco con diversi affreschi mal conservati che rappresentano Santa Chiara, la Beata Agnese, San Bonaventura, San Pietro d’Alcantara e San Bernardino.

GLI AFFRESCHI SETTECENTESCHI DEL PRESBITERIO

Un ciclo di affreschi sull’arco trionfale e sulla parete del Presbiterio narra le vicende della chiesa e del convento così come sono state tramandate dalla tradizione popolare. I due affreschi più grandi rappresentano Sant’Ambrogio che invia la statua della Madonna al Monte Barro e il miracolo della vista perduta. I tre più piccoli rappresentano il miracolo del pane, il miracolo del fuoco e un frate che offre da mangiare ai poveri.

LE SCULTURE LIGNEE

L’altare ligneo (sec. XVII) ha la forma di un tempio sorretto da sei colonne tortili munite di capitello corinzo in legno dorato; arricchito da statuette di notevole pregio: è un bellissimo documento dell’arte barocca. Al centro la Madonna con in braccio Gesù bambino e in mano un giglio. La Madonna del giglio fu ricollocata, dopo l’ultimo restauro, dall’Arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini che il 17 ottobre 1982 salì da Galbiate all’Eremo accompagnato da una moltitudine di fedeli.

Nella statua della cappella di San Francesco d’Assisi (sec, XVII) il santo è rappresentato in estasi al suono di un violino mentre due angeli reggono un cartiglio su cui è scritto: Siste ne maior (per S. Francesco la musica è una forma di preghiera e di consolazione spirituale).

I 3 nodi sulla corda che cinge il saio sono simbolo dei tre voti di povertà, castità e obbedienza.

Nella statua della cappella di Sant’Antonio da Padova (sec. XVII) il santo è rappresentato con il Bambino che spicca un salto verso di lui puntando il piede su un libro tenuto in mano dal santo.

Il libro sta a rappresentare la grande preparazione teologica di Sant’Antonio che fu straordinario predicatore.

Sull’ancone principale che divide la navata dal presbiterio, fanno bella mostra, due artistici crocifissi in legno che a dire di padre Vincenzo da Cassago, furono fatti a mano dal Serenissimo Massimiliano Duca di Baviera, e da lui stesso donati. Massimiliano II Emanuele – 1662-1726 – sostenne l’Imperatore Leopoldo contro i Turchi che assediavano Vienna. Sono opere comunque di scuola tedesca risalenti alla fine del Seicento. Rappresentano l’una il Cristo morto e l’altra il Cristo morente.

LE LAPIDI DELLE SEPOLTURE

In questa chiesa trovarono sepoltura oltre ai religiosi del convento, anche dei nobili o personaggi importanti galbiatesi che ne fecero richiesta.

All’ingresso vi è la lapide con stemma nobiliare della famiglia Manzocchi. Il testo della lapide non è facilmente leggibile, tuttavia è chiaramente citato un Andrea Manzocco di Galbiate pio e vigile fautore della regola francescana che nel 1613 istituì un legato per il mantenimento perenne di una lampada alla Madonna del Monte Barro.

Sul lato destro della chiesa vi è la lapide di Paolo Erba, qui sepolto nel 1626, e dei suoi eredi.

Sul lato sinistro vi è la lapide, con stemma gentilizio, di Giuseppe Antonio Gonfalonieri del 1712, per la sepoltura dello stesso e dei suoi eredi.

Un’altra lapide indica la sepoltura di Agostino Riva di Galbiate, parroco di San Giovanni alle quattro facce di Milano, morto nel 1586.

Sulla navata centrale vi è la lapide che indica la sepoltura comune dei frati che riutilizza una lapide più antica con la semplice aggiunta 1684 Sep. Fra. Quella più antica si riferisce a un frate sepolto nel 1583. Era usanza dei frati seppellire i loro confratelli defunti calandoli nel vano sottostante il pavimento della chiesa non chiusi in casse ma seduti su una sedia, disponendoli a semicerchio.

Chiesa Parrocchiale dei Santi Vito e Modesto (Civate)  

Chiesa Parrocchiale dei Santi Vito e Modesto (Civate)La presenza a Civate di un oratorio dedicato ai Santi Vito e Modesto è attestata almeno fin dal XIII secolo (Goffredo da Bussero, “Liber Notitiae Sanctorum Mediolani”).

Ricostruito nel 1498, nel 1732 e infine nel 1897, è Chiesa Parrocchiale a partire dal 1735.

L’attuale facciata neoclassica ha un frontone a timpano, portale barocco, stipiti e architrave in serizzo ghiandone; il campanile ha una curiosa terminazione a cipolla.

L'interno si sviluppa in un’unica ampia navata con quattro cappelle laterali.

Preziose le statue lignee policrome seicentesche di S. Carlo Borromeo e dell’Addolorata e quelle monocrome di S. Bernardo e di S. Benedetto.

La cupola e il presbiterio furono affrescati dai Bacchetta nel 1897. 

Tra gli arredi liturgici si distinguono

  • il ciborio battesimale ligneo del XVI secolo,
  • un leggio barocco con putto,
  • l’organo settecentesco Serassi,
  • il coro ligneo neoclassico.

La chiesa si affaccia su Piazza Antichi Padri, un tempo necropoli medioevale.

Sul lato nord della Piazza è possibile osservare traccia del muro originario e la targa posta in memoria degli Antichi Padri:

  • il leggendario eremita longobardo Duro,
  • i monaci ed riformatori franchi Ildemaro e Leudegario,
  • gli altri monaci, la cui presenza è attestata a Civate nell’845.

 

Chiesa Parrocchiale di S. Antonio Abate (Valmadrera)  

Chiesa Parrocchiale di S. Antonio Abate (Valmadrera)La Chiesa di S. Antonio Abate vede le sue origini nel '400, quando nacque come semplice oratorio nei terreni della famiglia Bonacina, in località Pessina.
Fu S. Carlo Borromeo che nel 1566, coerentemente con la rapida crescita della popolazione insediata in questa località, decise di promuoverla a nuova sede della parrocchiale di Valmadrera.

Dopo un primo intervento di ampliamento nel ‘600, a partire dal 1782 venne stilato dall’architetto Clemente Isacci il primo progetto per la nuova chiesa: un grande ambiente a navata unica e pianta centrale, con quattro colonne di ordine gigante.

La complessa realizzazione degli alzati fu affidata, a partire dal 1811, al giovane architetto neoclassico Giuseppe Bovara, con il contributo del celebre architetto Simone Cantoni.

Nel 1834 fu consacrata, con la struttura architettonica che conserva ancora oggi.

Nella seconda metà del 1800 venne realizzata la decorazione interna:

  • le sculture marmoree di Benedetto Cacciatori (il Redentore e S. Antonio),
  • l'affresco della cupola di Luigi Sabatelli,
  • gli affreschi del presbiterio di Raffaele Casnedi.

Nelle navate spiccano le pale di Mosè Bianchi (una Crocifissione) e di Giuseppe Bertini (l'Assunta).

Unica opera non realizzata appositamente per la chiesa, ma di notevole importanza storico artistica, è la cinquecentesca Crocifissione attribuita a Gian Paolo Lomazzo.

Risalgono invece alla prima metà del '900 il campanile e le due cappelle ai lati dell'ingresso.

Chiesa Parrocchiale San Giovanni Evangelista (Galbiate)  

Chiesa Parrocchiale San Giovanni Evangelista (Galbiate)Attestata verso la fine del Duecento, si presume che sia anteriore per l'originaria intitolazione a San Vittore e per l'impianto architettonico che mostra ancora oggi elementi romanici, come gli archetti pensili esterni.

Ampliata e dedicata a San Giovanni Evangelista nel Quattrocento, fu consacrata il 26 aprile 1449 dal Vescovo di Trebisonda.

Nel 1566, durante la sua prima visita a Galbiate, San Carlo giudicò la chiesa "abbastanza ampia e bella".

Nel Seicento fu internamente abbellita, da pregevoli dipinti di maestri lombardi.

Nel Settecento fu ristrutturata su progetto di Antonio Quadrio, architetto della Fabbrica del Duomo di Milano: in particolare furono realizzati il coro e gli sfondati delle due Cappelle centrali, furono innalzati tutti i muri maestri e si spostò il fonte battesimale dall'attigua Chiesa Vecchia sulla sinistra dell'ingresso. Furono anche ristrutturate le Cappelle laterali, con l'eliminazione delle prime due per far posto al pulpito e all'organo (1727-1730).

Con la realizzazione del portico (1773) e dell'Ossario (1779) e la sopraelevazione del campanile, la Chiesa di Galbiate assunse la sua attuale configurazione.

La fase creativa si può considerare conclusa con la realizzazione dell'altare maggiore in marmi policromi (1800) e del nuovo organo nel 1827, opera dei sommi maestri Serassi.

La Chiesa Parrocchiale di Galbiate è dunque il risultato di specifici contributi dati da varie epoche: vi possiamo riconoscere elementi tardo gotici (gli affreschi), cinquecenteschi (le tavole di San Rocco e di San Sebastiano), secenteschi e barocchi (le tele), barocchetti (affreschi della cappella della Madonna del Carmine) e infine elementi del neoclassicismo di primo Ottocento (il campanile e il monumento funebre del Brioschi).

Negli ultimi decenni del nostro secolo, gli interventi effettuati sono stati di natura conservativa, ispirati a criteri di rigoroso restauro scientifico, con apprezzabili risultati anche per il recupero del patrimonio.

Nel 2010 sono terminati i complessi lavori di restauro medianti i quali si è posto rimedio ai malanni prodotti dal passare del tempo e si è provveduto alle migliorie esigite da una moderna fruizione.

La chiesa parrocchiale di Galbiate ha così ritrovato la sua elegante nobiltà.

Elementi iconografici della facciata

La parte della chiesa che maggiormente risponde ai requisiti di una “carta di identità” è la facciata. Per questo è utile una lettura degli elementi iconografici.

Nel frontone, sormontato dalla Croce, appare il simbolo di Dio, secondo la rivelazione cristiana: un solo Dio è Padre e Figlio e Spirito Santo, rappresentato dal triangolo (arricchito dall’occhio di Dio che tutto vede e provvede e dalla raggiera di luce, che ne dice l’assoluta santità).

Al di sotto di questi elementi identificativi, che dicono la precisa destinazione sacra dell’edificio, spicca la scritta con la dedica di questa chiesa a San Giovanni, apostolo ed evangelista.

Il secondo livello è dominato dal dipinto centrale (policromo) raffigurante tre santi: al centro San Giovanni (a cui è dedicata la chiesa); alla sua destra, San Giuseppe (riconoscibile per il bastone fiorito); alla sua sinistra, Santa Caterina d’Alessandria (riconoscibile dalla ruota uncinata, che ne richiama il martirio).

La presenza di questi due Santi, con San Giovanni, non deve meravigliare perché ad essi sono dedicate pure le due prime cappelle all’interno della chiesa, segno dell’antica devozione che i Galbiatesi avevano per loro.

Gli altri elementi iconografici della facciata, con il suggestivo linguaggio dei simboli, vogliono aiutare ad allargare la conoscenza di San Giovanni e a entrare nelle profondità del messaggio che ci ha dato come autore sacro.
Infatti, sempre sul secondo livello della facciata, sul lato a sinistra per chi guarda, è visibile la raffigurazione di un’aquila, volteggiante su un libro aperto, sul quale è riportata la scritta: in principio erat Verbum (in principio era la Parola). Questa scritta è il versetto iniziale del quarto Vangelo (il Vangelo secondo Giovanni, appunto) e l’aquila è il simbolo attribuito all’evangelista Giovanni.

Sul lato opposto (a destra per chi guarda), è raffigurato un candelabro a sette braccia, sorretto da angeli, che sembra emergere da un libro: è un chiaro riferimento all’Apocalisse, ultimo libro del Nuovo Testamento, pure attribuito a San Giovanni.

Sul frontone del porticato spicca un’ultima raffigurazione, che non ha una funzione puramente ornamentale, ma vuole ricordare, sempre con il linguaggio dei simboli, alcuni dei temi principali e caratteristici del Vangelo secondo Giovanni è raffigurato un calice centrale e due pavoni che richiamano il fatto che, all'uomo assetato di vita, Gesù si offre come sorgente di Vita “nuova” ed eterna. Il simbolismo è arricchito da altri elementi: le spighe e i tralci con foglie e grappoli d’uva, che richiamano rispettivamente due importanti discorsi di Gesù. Le spighe richiamano Gv 6,34ss dove Gesù afferma: “Io sono il pane della vita”; i tralci rigogliosi richiamano Gv 15,5ss dove Gesù proclama: “Io sono la vite, voi i tralci”.

Affreschi in chiesa vecchia

Nel 1921 sono stati ritrovati dei frammenti pittorici sulla facciata occidentale rappresentati Sant'Antonio, Sant'Apollonia e un’altra Santa che risalgono alla prima metà del Quattrocento.

Affreschi in chiesa Parrocchiale

Madonna con il Bambino con a fianco San Rocco, conosciuta come Madonna del Buon Consiglio

Ritrovato nel 1906 e attribuibile cronologicamente ai primi del Cinquecento.
L'immagine di forma pressoché quadrata, presenta la figura di Maria in trono con il piccolo Gesù seduto sul suo grembo; a fianco è raffigurato in piedi San Rocco, nella consueta iconografia del pellegrino (con sul largo cappello, la tau e le chiavi incrociate) reggente con la mano destra il lungo bastone, mentre con l'indice della sinistra allude alla piaga visibile sulla gamba. La figura mariana è riprodotta in atto di preghiera e il Bimbo porta al collo, così come in molteplici casi analoghi, una collanina di coralli. Presso l'angolo superiore sulla destra, è dipinto lo stemma della nobile famiglia dei Riva, e si nota la presenza di un castello.

Madonna in trono con il Bambino e San Pietro martire

Composizione che si rifà ad archetipi trecenteschi.

Vi è rappresentata la Madonna in trono, con in braccio il piccolo Gesù, mentre a lato sta, in piedi, San Pietro martire, caratterizzato dalla veste dei Domenicani e dalla mannaia confitta nel capo. Il trono è traforato da molteplici biforette, la vestina del piccolo Gesù è spartita in rigide pieghe a ventaglio.

San Pietro martire aveva pagato con la vita la strenua lotta contro l'eresia dei Catari presenti nella bassa Brianza.

Il tema trinitario è, in questo affresco, ricordato in modo ingenuo e al tempo stesso efficace: il Bambino allude con le prime tre dita della mano destra alla Trinità.

La Madonna ha tratti e lineamenti popolani, con cui solo apparentemente contrasta la regalità del trono; il pittore descrive visivamente l'itinerario di una rinuncia che si trasvaluta in grandezza: Maria umile e alta più che creatura.

TAVOLE (sui pilastroni del presbiterio)

San Sebastiano: olio su tavola, cm 139 x 55. Scuola lombarda del Cinquecento.

San Rocco: olio su tavola cm. 139 x 55. Scuola lombarda del Cinquecento.

Sono i più antichi e pregevoli quadri che Galbiate abbia e risentono chiaramente di influssi della Scuola leonardesca; anche le cornici e i telai di legno sono di grande valore artistico. Entrambi questi Santi sono considerati patroni contro la peste.
A seguito del restauro effettuato nel 1983, v'è stato un notevole recupero cromatico, anche nei paesaggi che si intravedono sullo sfondo e che in particolare per San Sebastiano sembrano evocare il territorio galbiatese.

TELE

Nel Coro

Madonna del Rosario ed Angeli musicanti

Si tratta di un dipinto risalente agli ultimi anni del Cinquecento o ai primi del secolo successivo.

Questo dipinto si trovava precedentemente nella Cappella del Rosario, eliminata per far posto all'Organo.

Quadroni del Presbiterio

Ultima cena ed Adorazione dei Magi, opere di F. Ferrario eseguite nel 1742.

Cappella dedicata a San Vittore

La Pietà di Fra Emanuele da Como

Olio su tela realizzato tra il 1654 e il 1659.

Il Cristo è sulle ginocchia della Madre. Sono rappresentati i tre ordini francescani: San Bernardino, riconoscibile dalle tre mitrie posate per terra, simbolo della triplice rinuncia a diventare vescovo; Santa Chiara, riconoscibile dall'Ostensorio; San Ludovico d'Angiò, riconoscibile dalla corona regale.

Forte è il dramma umano. La luce viene di fronte a rilevare maggiormente i lineamenti dei personaggi principali. Manca qualsiasi accenno al paesaggio: l'attenzione dell'artista è tutta rivolta, ai personaggi, ai loro volti, alle loro movenze, ai loro gesti. Ciò che sta al di fuori sembra non interessarlo.

L’autore, Fra Emanuele, mira all'intimo, all'interiore, là dove si vive e si consuma ogni realtà umana.

Cappella dedicata alla Madonna del Carmine

La cappella centrale, più sfondata e alta delle altre due, conserva la statua della Madonna del Carmine, risalente al 1850 circa.
A questa cappella era aggregata la confraternita del Carmine eretta nell'Ottobre del 1647, in terza domenica; l'anniversario di costituzione di questa confraternita, interessando pressoché tutta la popolazione galbiatese, finì per diventare la festa del paese, Festa de Galbiàa, che ha superato da qualche anno la 360esima edizione. La cappella è ornata di preziosi affreschi barocchetti. L'affresco della volta rappresenta l'istituzione dell'abitino: è Maria che dà l'abitino al Beato Simone Stok.

Cappella dedicata a San Giuseppe

Sposalizio della Vergine e di San Giuseppe

La tela fu realizzata a seguito di un ordine impartito dal Cardinal Federigo nel 1615, a spese del notaio Ambrogio Riva di Galbiate.

La Cappella di San Giuseppe in precedenza era dedicata a Sant'Eurosia (martire spagnola dell'VIII secolo) la cui immagine si vede ancora dipinta sulla cuspide della pala.

Fino agli inizi del Novecento si celebrava a questo altare, a spese del Comune, una messa in canto il 25 giugno giorno della Santa, in adempimento di un antico voto della comunità di Galbiate.

Cappella dedicata a Santa Caterina

Il martirio di Santa Caterina d'Alessandria

Olio su tela di Ludovico Vignati.

La grandiosa composizione di questo pittore si prefigge lo scopo di suscitare meraviglia e sembra indulgere a concessioni stilistiche atte a commuovere la fantasia popolare: la Santa esce miracolosamente indenne dal supplizio della ruota, che invece stritola i suoi carnefici, mentre parecchi astanti si affacciano dagli angoli più inaspettati e inverosimili a contemplare estasiati la scena; i fulmini sembrano roteanti stelle filanti.

Cappella dedicata a Sant'Ambrogio e detta del Crocifisso

Cristo curato da due Angeli dopo la flagellazione e Cristo in croce con la Maddalena ai suoi piedi

Per quanto riguarda il tema della crocifissione si deve notare che esso nel Seicento è trattato in modo diverso rispetto ai secoli precedenti: i grandi quadri viventi, con una folla di personaggi, cedono il posto a raffigurazioni con due o tre personaggi.
In questa crocifissione il pittore mostra Cristo morto con la Maddalena. La tensione del dramma vissuta dalla Maddalena è profondamente interiore. Il crocifisso innalzato su uno sfondo rannuvolato, è simbolo della partecipazione della natura alla morte di Cristo.

Cappella dedicata a San Francesco

San Francesco sostenuto da un Angelo

Il Santo è rappresentato con un'intensità estatica e penitenziale impressionante. San Francesco è in un atteggiamento dolente e pietoso.

Tutt'altra atmosfera, questa, rispetto quella che aleggia attorno al Poverello d'Assisi nei testi letterari e nei cicli pittorici del Duecento e del Trecento: non la perfetta letizia e la semplicità di cuore, bensì la scarnificazione delle mani e del volto, l'occhio affissato in contemplazione dolorosa.

Chiesa Parrocchiale Santi Pietro e Paolo (Villa Vergano)  

Chiesa Parrocchiale Santi Pietro e Paolo (Villa Vergano)Come Parrocchia autonoma Villa Vergano nacque nel 1588 quando fu staccata dalla parrocchia di S.Eufemia di Oggiono.

La chiesa invece esisteva già da molto tempo, forse addirittura, come sostengono alcuni, dal IX secolo, quando era presenta una piccola chiesa mancante delle due cappelle laterali.

Goffredo da Bussero parlando di questa chiesa dedicata a S.Pietro non ricorda l'altare dedicato al santo che esiste invece nell'attuale, che già al tempo di San Carlo aveva le sue cappelle laterali.

In essa le opere più pregevoli sono: il quadro della Sacra Famiglia con san Giovannino del sec. XVII (attualmente in corso di studio), la tela del martirio di San Bartolomeo, ed un quadro raffigurante San Carlo in vesti pontificali.

Sul fronte della chiesa parrocchiale dedicata ai santi Pietro e Paolo è presente la scritta Domus dei et porta coeli. "Casa di Dio e porta del cielo": espressione che ci riconduce al sogno di Giacobbe al capitolo 28 del libro della Genesi.

Complesso di S. Calocero (Civate)  

Complesso di S. Calocero (Civate)La basilica e il monastero di S. Calocero, posti nel centro dell’abitato di Civate, costituivano, assieme alla basilica di S. Pietro al Monte, un unico complesso monastico benedettino.

Sebbene rimaneggiata nei secoli, la basilica conserva ancora la struttura romanica e un importante ciclo di affreschi del XI secolo.

La fondazione della basilica risale almeno al IX secolo, quando il vescovo Angilberto II vi fece trasportare le reliquie del martire Calocero.

La basilica romanica presentava tre navate absidate, con copertura a capriate.

Lungo la navata centrale si sviluppa un importante ciclo di affreschi romanici su due registri, interamente dedicato ad episodi dell’Antico Testamento. Sotto il presbiterio troviamo l’antica cripta tripartita da colonne.

Fra il ‘500 e il ‘600 la chiesa e il monastero subirono importanti e radicali trasformazioni:

  • venne costruita la volta che occultò parzialmente gli affreschi della navata centrale,
  • venne realizzato l’attuale chiostro a due piani e sulle pareti della cripta fu affrescata una teoria di Santi.

Venduto a privati nell’800, il complesso venne acquistato da Mons. E. Gilardi nel 1931 e divenne casa di riposo per ciechi. La chiesa fu così riadattata al culto e riconsacrata nel 1937.

Complesso è visitabile ogni prima e terza domenica del mese alle ore 16.00, partendo dalla Casa del Pellegrino: info www.lucenascosta.it

Complesso di San Pietro al Monte (Civate)  

Complesso di San Pietro al Monte (Civate)Il complesso di San Pietro al Monte è uno dei più noti e completi esempi di architettura romanica del nord Italia.

Situato a monte del paese e raggiungibile solo a piedi, in una posizione che gode di una straordinaria vista sull’alta Brianza, il complesso ha conservato nei secoli la struttura e la  decorazione d’epoca romanica.

La sua fondazione è antichissima ed è legata alla leggenda della guarigione miracolosa di Adalgiso, figlio dell’ultimo re longobardo Desiderio. 

L’edificio attuale, caratterizzato dalla ricca decorazione pittorica e scultorea, è stato completato nell’XI secolo.

La pianta basilicale, a navata unica, spicca per la rara tipologia a due absidi contrapposte e per la presenza di un deambulatorio d’ingresso di forma semicircolare.

All’interno il grandioso affresco sulla controfacciata, che illustra la vittoria dell’Arcangelo sul drago a sette teste dell’Apocalisse. Il ciborio, decorato in stucco e affresco, ricorda quello di Sant’Ambrogio a Milano. La cripta, dedicata alla Vergine, conserva stupendi bassorilievi in stucco.

Ai piedi dello scalone d’accesso alla basilica, si trova l’oratorio di S. Benedetto: all’interno è visibile un raro esempio di altare fisso affrescato, dell’XI secolo, magnificamente decorato su tre lati.

 

Informazioni logistiche: il complesso è situato a circa 650 metri di altitudine. Si consiglia di indossare scarpe comode ed abbigliamento adeguato.

Orto Botanico (Valmadrera)  

Orto Botanico (Valmadrera)L'attuale Orto Botanico sorge all'interno del Centro Culturale Fatebenefratelli, nel luogo in cui si trovava originariamente l'antico orto (Giardino dei Semplici) in cui i frati coltivavano le erbe medicinali per la loro attività assistenziale.

Ricreato rispettando la struttura originaria e seguendo le indicazioni di esperti e le condizioni climatico ambientali del luogo, l'Orto ospita oggi oltre 450 specie di piante officinali, aromatiche e flora montana locale.

 

L'Orto è aperto al pubblico da marzo ad ottobre il sabato pomeriggio dalle 14.00 alle 18.00, con possibilità di visite guidate anche infrasettimanali.

San Rocco  

San RoccoS. Rocco è una piccola chiesa edificata nel corso del '400, probabilmente in seguito ad una delle numerose epidemie di peste che colpirono la zona in quegli anni.

Si trova in località Caserta, poche centinaia di metri a valle di quella di S. Martino.

 Tra gli ultimi anni del '400 e i primi del '500, viene affrescata da Tommaso Malacrida (presente la sua firma), che realizza una Madonna in trono con S. Rocco sulla parete destra della navata, S. Caterina d'Alessandria, S. Sebastiano, S. Cristoforo e S. Rocco sulla parete sinistra.

L'aspetto architettonico dell'edificio viene modificato più volte fra '600 e '700.

Santuario Madonna di S. Martino (Valmadrera)  

Santuario Madonna di S. Martino (Valmadrera)Antica parrocchiale di Valmadrera fino al 1566, la chiesa di S. Martino sorge in posizione elevata rispetto al paese, presumibilmente su di un preesistente edificio altomedievale con funzioni difensive.

L'impianto architettonico della chiesa è romanico, modificato poi alla metà del '400 con alcuni interventi, tra cui: l’allungamento della navata, la formazione di una cappella a nord come base del campanile, l'innalzamento del tetto.

Nella navata e sull'arcone sono ancora in parte visibili gli affreschi della campagna decorativa tardogotica di metà '400:

  • un'Annunciazione,
  • S. Giorgio e il drago,
  • un volto di santa martire e la famosa Madonna di S. Martino o Madonna del Latte.

La cappella di sinistra, detta del Rosario per l'omonima confraternita ad essa legata, presenta affreschi di fine '400 opera di Tommaso Malacrida.

Attorno al 1520 risalgono altri affreschi della navata e l'intera cappella della Crocifissione, commissionata dal frate Matteo Polvara, che vi si fa ritrarre assieme al suo protettore Papa Leone X.

Persa la funzione di parrocchiale nel tardo '500, S. Martino diventa progressivamente un santuario.

Nel corso del '700 vengono realizzati il piazzale d'ingresso e la Via Crucis, con decorazione dei fratelli Torricelli.

 

La grande processione con la Madonna di S. Martino viene celebrata la seconda domenica di ottobre.

Sasso di Preguda  

Sasso di PregudaRaggiungibile con una breve (meno di  1 ora di cammino) e panoramica escursione partendo dalla località Piazza Rossè di Valmadrera e seguendo il sentiero n.6, il Sasso di Preguda è un tipico esempio di masso erratico.

Celebrato dall'abate e naturalista Antonio Stoppani in un poemetto, il Sasso di Preguda fu anche al centro dei suoi studi sull'origine dei massi erratici, all'epoca controversa.

In granito ghiandone, il Sasso di Preguda è un masso di circa 7 metri di altezza, proveniente dalla Val Masino e depositato dalla glaciazione sul monte Moregallo, in una splendida posizione panoramica sul lago di Lecco.

Negli ultimi anni del 1800 i Valmadreresi vi edificarono la piccola chiesa di S. Isidoro, patrono degli agricoltori, utilizzando uno dei lati del masso come parete posteriore dell'edificio.

Villa Bertarelli (Galbiate)  

Villa Bertarelli (Galbiate)La villa, dimora signorile dell'alta borghesia milanese del sette-ottocento,  nota per la sua raffinata architettura e per il suo notevole giardino, si affaccia sul versante occidentale di Galbiate, splendido balcone con vista sui laghi briantei e sulle prealpi comasche.

Attestata fin dal 1721 (cfr. catasto teresiano) e destinata, secondo il costume del tempo, a luogo di villeggiatura e di svago, ospitò anche artisti e letterati famosi, fra i quali il poeta Carlo Porta.

Nel corso degli anni la villa fu oggetto di numerose modifiche ed ampliamenti.  L'intervento più organico fu realizzato nel 1911-13 dall'architetto Piero Portaluppi, che ne volle armonizzare ed ingentilire le forme architettoniche scegliendo di ri-creare, accanto ad elementi di gusto tardo-ottocentesco, i motivi tipici del barocchetto lombardo: fregi, stucchi ed affreschi a soggetto floreale, ringhiere in ferro battuto a volute e riccioli, riproposti specularmente nelle aiuole in bosso del giardino sottostante, articolato in scenografiche terrazze.

La villa e i giardini sono di proprietà del Comune di Galbiate e del Parco Monte Barro e tutelati (DL 42 / 2004 ) come bene di interesse pubblico, "parte costitutiva dell'identità nazionale".

E’ sede dell’Ecomuseo dei Monti e dei Laghi Briantei e del Distretto Culturale del Barro.

Parco ludico (Galbiate)  

Parco ludico (Galbiate)Il Parco Ludico di Galbiate è un luogo aperto a tutti: associazioni, cittadini, bambini e famiglie, con una particolare attenzione ai giovani.

Inaugurato nel 2012 dal Comune di Galbiate, è un luogo che rappresenta un presidio educativo costante: la Cooperativa Liberi Sogni Onlus, ente gestore, si occupa, da un lato, di organizzare e promuovere attività ed eventi di vario genere con e per i ragazzi; dall’altro, governa e favorisce la coesione sociale: momenti di dialogo e scambio aperti a tutta la comunità e al mondo dell’associazionismo; dialogo continuo con la Scuola; gestione condivisa dello spazio. In questo modo si intende connettere generazioni diverse, così da creare una comunità educante allargata che si prenda cura dei propri ragazzi.

Al Parco Ludico trovi un ampio spazio all’aperto con un campo da basket/pallavolo dotato di spogliatoi, una piattaforma polifunzionale dove si alternano piccole attrezzature per lo skate e un palco in legno che ospita, nel periodo estivo, concerti dal vivo, e di una striscia di prato dove sono situati un piccolo orto e alcune panchine.

Inoltre trovi anche un piccolo bar che non vende superalcolici e, con qualche eccezione, propone prodotti locali, molti dei quali prodotti dalle aziende agricole di Galbiate e del territorio, e prodotti del commercio equo e solidale.

Orari di apertura

LUNEDÌ: 10.00-11.00 Sportello Banca del Tempo + 15.00-18.30*

MARTEDÌ: 15.00-18.30* + 20.00-24.00 Sportello Banca del Tempo + Burraco
(con ass. Banca del Tempo)

MERCOLEDÌ: 15.00-18.30* + 20.30-24.00 Parco Ludens (BarMatto aperto con ass. Lario Ludens)

GIOVEDÌ: 15.00-18.30*

VENERDÌ: 15.30-21.00 ThinkInPark (BarMatto aperto con i ragazzi del progetto estivo Giovani all’Opera!)

SABATO: 15.00-20.00 BarMatto aperto

DOMENICA: 15.00-18.30 BarMatto aperto

Ogni weekend un evento (scopri su facebook i corsi, laboratori, concerti ed eventi del fine settimana)

 

* fruizione libera del Parco senza custodia (BarMatto chiuso)

Anello delle casote  

Anello delle casoteLe Tre Casote: “Casota quadra”, “Casota del lupo”, “Casota di Oro” (quest’ultima era caratterizzata da un manto erboso deposto a guisa di copertura) rivestono un’importanza particolare in quanto sono l’espressione di una manifestazione spontana del lavoro e della stanzialità in quota. Probabilmente ricordano le antiche strutture in pietra dell’età celtica ma, molto più realisticamente, appartengono alla sfera della cultura materiale, stazioni di sosta (in pietre e sassi) e prima lavorazione dei prodotti dell’allevamento degli animali.

 

L’itinerario proposto vuole coniugare quindi il piacere di un’escursione sulle pendici delle prealpi lecchesi con la scoperta delle Casote per valorizzarne il percorso ecomuseale.

Il cammino si sviluppa ad anello e prevede più punti di partenza/arrivo, i più conosciuti sono nel comune di Civate la località Oro e la località Pozzo mentre nel comune di Valmadrera la località San Martino.

L’anello può essere percorso nella sua totalità o interrotto e accorciato in coincidenza dei numerosi sentieri che attraversano il monte.

Il percorso va a toccare complessivamente 9 casote che versano in condizioni particolarmente buone, in alcuni casi si possono ammirare delle costruzioni praticamente intatte.

Si parte dalla mulattiera in località Pozzo e si prende il sentiero n.10 che porta alla basilica di San Pietro al Monte, troviamo dopo circa 15 minuti la Casota n.1

Continuiamo in salita, in alcuni tratti anche ripida e proseguiamo per dei tornanti fino a arrivare poco sotto San Pietro dove a destra ammiriamo imponente la Casota n.2

Proseghiamo per altri due tornanti fino ad arrivare al cartello che da il benvenuto a San Pietro.

Passiamo accanto alla basilica Imperiale e seguiamo il segnavia che ci porta sul sentiero n. 7.

Dopo aver attraversato il torrente proseguiamo sul sentiero con poca pendenza dove una dopo l’altra troviamo le Casote n. 3 e 4.

Continuiamo diritto e a circa 1 ora dalla partenza possiamo raggiungiamo le “tre Casote” elencate nell’itinerario ecomuseale (Casote n. 5, 6, 7):

Da qui si può decidere di terminare l’anello delle Casote seguendo il sentiero 8 oppure proseguire per il sentiero “del Luisin” n. 8b che porta a Valmadrera.

Continuando quindi nel completare l’anello ecco che troviamo sul sentiero in discesa le casote n. 8 e 9.

Buco della Sabbia (Civate)  

Buco della Sabbia (Civate)Le testimonianze più antiche dell'insediamento di Civate risalgono al terzo millennio a.C. e precisamente sono individuabili nei resti di cinque individui inumati all'interno del cosiddetto Buco della sabbia.

Si tratta di una caverna funeraria con tracce d'ossa, una serie di utensili e alcuni graffiti, composta da tre successive sale di cui l'ultima fornita di camino verticale di ventilazione.

Le ricerche e gli scavi condotti da Ottavio Cornaggia Castiglioni nel Buco della Sabbia, dal 1956 al 1964, hanno dimostrato l’unicità delle caratteristiche dei resti ritrovati, portando alla definizione di una vera e propria cultura originale all’interno dell’età del rame, tale da poterla designare con il titolo di Cultura di Civate.

Sinora considerato un elemento isolato ed anomalo, si ritiene che il Buco della Sabbia costituisca parte di un complesso più ampio di luoghi sacri preistorici, avente chiara valenza simbolica. 

Escursioni dal Rigugio S.E.V.  

Escursioni dal Rigugio S.E.V.Rifugio SEV – Corno Occidentale di Canzo

Caratteristiche: arrampicata per rocce rotte entro un canale del versante nord.
Difficoltà: poco impegnativo
Tempo totale: ore 0.45
Dislivello: 148m.
Segnaletica: segnavia in vernice rossa a tratti

Interesse: panoramico. Dalla vetta vista sulle colline della Brianza, la Valassina, il piano d'Erba, il lago di Como e, più in lontananza, sulle Alpi, dal Monviso alle Lepontine.

Dal Rifugio SEV si prende in sentiero che passando a monte della carrareccia pianeggia fino alle baite superiori all'alpe. Qui si segue la traccia che si dirige verso la cima e, superata la prima balza, si rimonta un pendio erboso superando poi una seconda scarpata;da qui un canaletto di roccette. Ci si sposta a sinistra per una facile gradinata che riporta alla vetta.

Il sentiero è facilmente percorribile con la variante che si imbocca appena dietro il Rifugio SEV.

Rifugio SEV – Corno Centrale di Canzo

Caratteristiche: tracce di sentiero tra cespugli e tratti erbosi, lungo in versante ovest e superamento di qualche roccetta.
Difficoltà: poco impegnativo
Tempo totale: ore 0.45
Dislivello: 143m.
Segnaletica: segnavia in vernice rossa a tratti

Interesse: panoramico.

Dal Rifugio SEV si prende in sentiero che sale per la costa erbosa e cespugliosa fino alla forcella dei Corni, aperta tra il Corno Occidentale e quello Centrale.

Da qui si prende a sinistra e si segue in crestone occidentale fra cespugli e roccette affioranti, fino alla base del Corno. Si sale quindi in vetta per una breve rampa erbosa e la successiva cresta larga. (1368m.)

Rifugio SEV – Corno Orientale di Canzo

Caratteristiche: sentiero su ghiaie e su erba.
Difficoltà: elementare
Tempo totale: ore 0.40
Dislivello: 143m.
Segnaletica: segnavia in vernice rossa a tratti

Interesse: panoramico su Valmadrera e Lecco, il Monte Moregallo, il Monte Cornizzolo.

Dal Rifugio SEV si prende in sentiero che da sotto il Rifugio si abbassa ai piedi della parete Fasana del Corno Centrale e poi si risale su ghiaie alla base dei pilastri dei Corni fino a portarsi alla Bocchetta di Luera (1221m.) aperta tra il Corno Centrale e quello Orientale. Dalla bocchetta si continua a sinistra per un breve e comodo pendio erboso fino alle vetta. (1232m.)

Rifugio SEV – Monte Moregallo

Caratteristiche: primo sentiero erboso, poi tracce su roccette lungo la cresta sud-ovest. Qualche tratto esposto attrezzato con catene metalliche.
Difficoltà: poco impegnativo
Tempo totale: ore 1.30
Dislivello: 150m.
Segnaletica: segnavia a bandiera

Interesse: panoramico, selvaggio.

Dal Rifugio SEV ignorato il sentiero che conduce alla Bocchetta di Luera si prende a sinistra il sentiero n.7 che si abbassa nel boscoso solco della Valle delle Moregge (o Val Puma). Se ne percorre interamente la cresta sud-ovest superando alcuni tratti esposti con l'aiuto di catene. Dopo un'ultima emergenza si scende ad un intaglio e ci si porta ad un ripido canalino dove con catene lo si percorre facilmente fino a riuscire sulla vetta del Monte Moregallo (1276m)

 

Escursioni verso il Rifugio S.E.V.  

Escursioni verso il Rifugio S.E.V.Valmadrera – Rifugio SEV per la bocchetta di Sambrosera

Caratteristiche: itinerario classico, su comodo sentiero, quasi completamente nel bosco.
Difficoltà: agevole
Tempo totale: ore 2
Dislivello: 935m.
Segnaletica: segnavia in vernice, a bandiera, colore giallo, bianco e rosso (n.7)

Da Valmadrera si sale alla frazione Belvedere e da qui alla cappelletta della VARS e alla fontana di Sambrosera (716m).
Dalla fontana di Sambrosera si continua a salire fino all'evidente strapiombo roccioso detto “Tecc di Port”, caratterizzato da una caverna naturale che può offrire riparo in caso di cattivo tempo.

Si piega allora a destra, si rimonta una valletta dominata dalla parete del Corno Orientale di Canzo e si giunge, dopo aver attraversato una colata di detriti tra cespugli sempre più radi, alla bocchetta Val Puma in località Moregge (1110m).

Dalla bocchetta la possibilità di proseguire verso il Monte Moregallo in circa ore 1 oppure terminare l'itinerario all'alpe di Pianezzo sul sentiero n.7 oppure sul nuovo sentiero del 60° SEV.

Valmadrera – Rifugio SEV per la bocchetta di Luera

Caratteristiche: comodo sentiero, per lo più nel bosco, lungo la Val Gatton. A metà percorso (acqua del Fò) possibilità di raccordo con altri itinerari.
Difficoltà: agevole
Tempo totale: ore 2.15
Dislivello: 935m.
Segnaletica: segnavia in vernice, a bandiera, colore giallo, bianco e rosso (n.7 fino al bivio di Sambrosera, n.2 fino all'acqua del Fò, n.4 all'alpe di Pianezzo)

Da Valmadrera si sale alla frazione Belvedere e da qui alla cappelletta della VARS; si prende allora in sentiero che risale con comode svolte la boscosa Val Boa lasciando a destra il muro di cinta del parco Gavazzi. Giunti ad un bivio, si lascia a destra in sentiero n.6 per il Monte Moregallo e si continua fino alla fontana di Sambrosera. Incrociato in sentiero che da SanTomaso sale al Sasso Preguda (n.5) si continua a sinistra (n.2) attraverso un bosco assai rigoglioso fino al Corno Rat (906m.).

Da qui si percorre la Val Gatton tra faggi e castagni, in leggera salita, portandosi all'Acqua del Fò, una sorgente all'ombra di un'imponente faggio secolare con fontanino SEV.

Dal fontanino si sale a destra (n.4) con ripidi zig-zag fino alla bocchetta di Luera (1221m.) aperta tra il Corno Centrale e il Corno Orientale di Canzo.

Si scende allora su cumuli detriti, si costeggiano i pilastri e la strapiombante parete Fasana terminando l'itinerario all'alpe di Pianezzo e al Rifugio SEV.

FONTI DI GAJUM - RIFUGIO DI PIANEZZO (PER LA COLLETTA DEI CORNI)

SENTIERO 5: Fonti di Gajum - 1° Alpe - Rif. di Pianezzo (per la colletta dei Corni)

Caratteristiche: carrareccia e sentiero nel bosco
Difficoltà: normale
Tempo totale: 2.00 ore
Dislivello: 740 m
Segnaletica: segnavia a bandiera, in vernice, colore rosso e bianco, n. 1 e n. 5

Interesse: è l'itinerario più diretto da Canzo per raggiungere i Corni

Dalle Fonti di Gajum (485 m.) tralasciata a strada per l'Eremo di San Miro, si risale la carrareccia di sinistra fino alla 1° Alpe (725 m.; 0.30 ore; fontana). Si continua su strada che procede ora più stretta, in direzione della 3° Alpe ma, subito dopo l'attraversamento di un piccolo ruscello, la si abbandona per prendere a sinistra un sentiero (n. 5) che risale un costone e il fondo di un valloncello boscoso. Dopo un buon tratto di salita si riesce alla colletta dei Corni (877 m.; 0.45 ore), all'estremità pianeggiante del crestone occidentale dei Corni di Canzo.

Si prosegue a destra, sul versante settentrionale del gruppo e attraversati boschi e radure (panorama sul ramo di Lecco del Lario e sulla Valbrona) si riesce sul pianoro erboso di Pianezzo incontrando, a sinistra, la carrareccia proveniente dall'Alpe di Oneda. A Pianezzo sorge il rifugio SEV (1.225 m)

Da ONEDA DI VALBRONA AL RIFUGIO S.E.V.

Dislivello: 506 m
Durata: 1.30h
Impegno fisico: Basso
Difficoltà: E

Il percorso che vi descriviamo parte dall'Alpe Oneda,una piccola frazione sopra il comune di Valbrona.

Per raggiungerla bisogna arrivare sino a Valbrona ,da Canzo o da Onno è indifferente; una volta raggiunta troveremo la piccola chiesetta di S.Rocco, dove dovremo svoltare e proseguire lungo la strada in via Ziniga, per chi proviene da Canzo la strada parte appena dopo il distributore dell' IP e dei campi sportivi di Valbrona.

Seguiremo sempre questa strada asfaltata passando un area ecologica,un primo cancello sempre aperto sino ad arrivare all'Alpe Oneda dove delle transenne o un sbarra ci impediranno di proseguire,in questo punto parcheggeremo le nostre vetture nei posti che riusciremo a trovare.

Il percorso che parte proprio da questo punto sale sempre lungo la strada asfaltata che con pendenze abbastanza elevate e con una serie di tornanti ci fa guadagnare in poco tempo molti metri in altezza.

A circa 3/4 del percorso l'asfalto termina ed inizia una stretta e molto ripida strada cementata attrversando un bosco di faggi e castagni,le pendenze sono molto elevate tuttavia la strada cementata ci aiuta in qualche modo a salire meglio. Lungo il percorso troveremo alcune cascine dove non dovremo seguire i vari cartelli e proseguire senza interruzzioni su questa strada.
Quando sulla nostra destra troveremo un cartello con le indicazioni per Gajum e la terza alpe,vorrà dire che ormai il più è stato fatto,infatti il percorso spiana notevolmente e al rifugio mancheranno solo un centinaio di metri.

Itinerario adatto anche a mountain-bike.

San Tomaso (Valmadrera)  

San Tomaso (Valmadrera)La località rurale di San Tomaso, raggiungibile a piedi con una breve passeggiata dal centro di Valmadrera, sorge a circa 600 metri di altitudine, in una splendida posizione panoramica che spazia dalla Grigna al Resegone fino alla pianura brianzola.

Oltre alla piccola chiesa omonima, che oggi conserva la sua struttura ottocentesca ma è di origine medievale, la località presenta un complesso di antiche cascine, recentemente recuperate.

Gli edifici ospitano il Museo del lavoro e della civiltà contadina (tel. 0341/581814 - e-mail: info@comunitamontana.lc.it), un agriturismo e altre attività rurali coerenti con l'originaria vocazione del luogo.

La zona è famosa la spettacolare fioritura dei mandorli in marzo, visibile da grande distanza.

S. Tomaso è possibile punto di partenza per numerose passeggiate ed escursioni, come il percorso dei massi erratici o il sentiero per il Sasso di Preguda; nelle immediate vicinanze si trovano siti d'archeologia industriale (Taja Sass e il sentiero dei massi erratici) e d'interesse storico (l'insediamento d'epoca gota in località Cornello Alto).

Percorso blu - L'acqua, un antico e prezioso bene comune  

Percorso blu - L'acqua, un antico e prezioso bene comuneSeguendo le tracce dell’acquedotto romano e le testimonianze di culto pagano, si esplorano gli antichi nuclei abitativi di Civate: il borgo di Scola sede dell’hospitale medievale, le tracce del villaggio celtico di Tozio e della guarnigione romana in località Castello.

 

INFORMAZIONI PRATICHE

Percorso: facile (su strade cittadine e in parte su un sentiero di facile percorrenza)

Durata: 3.00 h circa

Accessibilità: la parte del percorso lungo il sentiero da Scola fino all'orrido non è adatta a persone con disabilità fisica

 

LUOGHI 

COMPLESSO DI SAN CALOCERO

Sede a valle dell’abbazia benedettina civatese dal secolo IX, il complesso ha subito successive fasi di ricostruzione. Nel chiostro cinquecentesco, addossata alla parete settentrionale, si trova una grande fontana in pietra dalla quale sgorga ancora l’acqua dell’antico acquedotto romano, che aveva inizio dalle sorgenti poste sotto Mombello.

VIA FRANCESCO BROGGI

Preceduta dalla casa in cui dimorò l’abate Giacinto Longoni, patriota, poeta, scrittore ed autore di un’opera su San Pietro al Monte, la via antica conduceva a Barzagutta. Lungo la stessa si possono osservare un lavatoio e le tracce dell’antico acquedotto romano.

SCOLA

Il toponimo deriva dalla presenza della più antica confraternita d’assistenza ai pellegrini ed ai viandanti che si recavano presso il monastero montano di S. Pietro al Monte (nel Medioevo tali ospizi si definivano appunto “scholae”). Oggi rimangono ancora tracce medioevali degli antichi edifici ed un oratorio d’origine altomedioevale, dedicato un tempo alla Vergine e, a partire dal XV secolo, anche a S. Rocco.

FAELLO / VALLE DELL’ORO / ACQUEDOTTO / ORRIDO

L’edicola di Faello, sotto cui sgorga ancora oggi una sorgente d’acqua freschissima, è posta su un antico luogo di culto romano, che il cristianesimo ha trasformato. Si trova nella Valle dell’Oro (“Vallis deae orum” - valle delle dee delle sorgenti) che aveva il suo punto iniziale a Barzagutta  (toponimo derivato da “bar-secuta” ossia altura tagliata), vicino all’antico acquedotto d’origine romana ed utilizzato per un paio di millenni come  passaggio dell’acqua e via di transito sopra un orrido affascinante e suggestivo.

TOZIO

E’ il primo insediamento umano del borgo civatese in epoca celtica. Ancora oggi, tra le abitazioni, scorrono le acque del torrente Toscio, un tempo utilizzate per irrigare i campi. Per sottolineare la sacralità dell’acqua, sulla sponda del torrente, venne posto un luogo di culto dedicato alla divinità gallica che i romani chiamarono “Teutates”, dalla cui radice deriva appunto il nome della località. Oggi anche in quel punto sorge un’ edicola dedicata alla Vergine.

LA SANTA

L’appellativo popolare indica ancora oggi la Chiesa dei Santi Nazaro e Celso, uno degli edifici sacri più antichi di Civate, ricostruita sopra i resti di un piccolo luogo di culto dedicato un tempo alla dea Cerere. La “Sancta Mater” era il titolo che i romani attribuivano alla dea Cerere, madre dell’agricoltura. L’edificio è costruito direttamente sopra una sorgente naturale, che fino agli anni sessanta del secolo scorso zampillava nella cripta  (di cui rimangono i resti). La forma architettonica attuale risale al XVIII secolo, ma nasconde una struttura romanica.

SELVA DIANA E IL PRIMO CASTELLO

Diana, per il culto romano, era la dea dei boschi e della caccia.  La “Silva Diana”, cioè Bosco di Diana, era dunque un luogo sacro, un “lucus”, connesso al culto della dea già in epoca preromana. La sua presenza è ancora ricordata dall’odierna toponomastica. Qui accanto, sull’antica via che conduceva al borgo di Civate, i Romani costruirono una fortificazione importante: il Castello. Era sede di una guarnigione, accanto al primitivo insediamento celtico (Tozio) e in posizione sufficientemente elevata per vigilare sulla “clavis”, il punto di passaggio obbligato sul Rio Torto, dove sorgeva un ponte, presso La Santa.

VIA CA’ NOVA

E' la via antica che introduceva i viandanti nel borgo murato. Prende il nome dal nuovo ospizio dei pellegrini sorto presso l’oratorio di S. Vito (in seguito conosciuto con il nome “Cà di Pelegrétt”, la Casa dei Pellegrini), dopo l’affievolirsi dell’importanza di San Pietro al Monte ed il crescere del prestigio del monastero a valle (per ulteriori informazioni sulla Casa del Pellegrino si veda percorso rosso al punto 3).

PIAZZA ANTICHI PADRI

Nel 1897, in occasione dell’ultimo rifacimento della Chiesa dei Santi Vito e Modesto, fu ritrovata una tomba romana con alcune suppellettili, ora al Museo Archeologico di Lecco (Palazzo Belgiojoso). I resti invece di un antico cimitero sono riemersi nel 2006, durante gli scavi eseguiti per la realizzazione dell’ attuale Piazza dedicata agli Antichi Padri. La Piazza è simbolo dell’esistenza: verso occidente ricorda la fragilità della vita nel tramonto del sole; ad oriente indica il cammino al luogo sacro (la Chiesa Parrocchiale) in cui la speranza per l’uomo rinasce, come lo stesso sole, ogni giorno. Sul lato nord della Piazza è possibile osservare traccia del muro originario e la targa posta in memoria degli Antichi Padri: il leggendario eremita Duro, i monaci presenti a Civate nell’845 e tutti coloro che qui sono vissuti.

Percorso rosso - Luci nascoste  

Percorso rosso - Luci nascosteSi visitano i principali monumenti racchiusi nell’antico borgo murato di Civate: il complesso di origine romanica di S. Calocero con la cripta e il chiostro, la Casa del Pellegrino con affreschi della seconda metà del XV secolo legati ai temi della caccia e dell’amore cortese e la Chiesa Parrocchiale dei Santi Vito e Modesto, con particolare riguardo alla sua lunga evoluzione architettonica a partire dal Trecento fino ai giorni nostri.

INFORMAZIONI PRATICHE

Percorso: facile

Durata: 2.30 h circa

Accessibilità: adatto a persone con disabilità fisica

LUOGHI

PIAZZA ANTICHI PADRI

La Piazza, posta sul luogo di una necropoli medioevale, è simbolo dell’esistenza: verso occidente ricorda la fragilità della vita nel tramonto del sole; ad oriente indica il cammino al luogo sacro (la Chiesa Parrocchiale) in cui la speranza per l’uomo rinasce, come lo stesso sole, ogni giorno. Sul lato nord della Piazza è possibile osservare traccia del muro originario e la targa posta in memoria degli Antichi Padri: il leggendario eremita Duro, i monaci presenti a Civate nell’845 e tutti coloro che qui sono vissuti.

COMPLESSO DI S. CALOCERO

La fondazione della chiesa del monastero di S. Calocero, collegato a S. Pietro al Monte, risale al tempo del vescovo Angilberto II (IX sec.) che, con l’imperatore Lotario, vi trasportò le reliquie del martire da Albenga. Riedificata in stile romanico nell’XI secolo, la basilica aveva tre navate, absidi semicircolari e capriate scoperte. Lungo la navata centrale si sviluppa un ciclo di affreschi (XI-XII secolo) su due registri, con episodi dell’Antico Testamento. Il presbiterio sopraelevato sovrasta la cripta tripartita da colonne. La struttura del complesso fu modificata nel corso dei secoli XVI-XVII: venne costruita l’attuale volta, riaffrescata la cripta con una teoria di Santi e realizzato un chiostro a due ordini. Nel 1798 l’ordine monastico fu soppresso ed il monastero venduto a privati. Acquistato da Mons. E. Gilardi nel 1931, divenne casa di riposo per ciechi. Attualmente di proprietà della Fondazione Casa del Cieco, ospita una casa di riposo per ciechi e anziani.

CASA DEL PELLEGRINO

L’edificio era un tempo  alloggio per i viaggiatori e per i pellegrini che visitavano il complesso monastico di S. Pietro e S. Calocero. Nel 1630 la casa, abitata dalla famiglia Canali, viene donata alla Scuola del SS.mo Rosario (che operava nell’antico oratorio di San Vito e Modesto) che ne detiene la proprietà fino al 1754. In seguito tutti i beni della Scuola vengono attribuiti ad un cappellano e nel 1942 la struttura è donata alla Parrocchia di Civate. Una facciata quattrocentesca con antiche cornici in cotto, pareti a graticcio e archi ogivali si affacciano sulla corte interna. Al primo piano sono collocate due camere “pictae”, che presentano uno straordinario ciclo di affreschi cortesi con scene di caccia, d’amore e stemmi viscontei della seconda metà del XV secolo.

CHIESA PARROCCHIALE DEI SANTI VITO E MODESTO

La presenza di un oratorio è attestata da Goffredo da Bussero nel “Liber Notitiae Sanctorum Mediolani” (XIII secolo). Ricostruito nel 1498, nel 1732 e nel 1897, divenne Chiesa Parrocchiale nel 1735. La facciata neoclassica, ispirata alle opere dell’ architetto lecchese Giuseppe Bovara, ha un frontone a timpano, portale barocco, stipiti e architrave in serizzo ghiandone con curiosa terminazione a cipolla del campanile. L’interno si sviluppa in un’unica ampia navata con quattro cappelle laterali. Preziose le statue lignee policrome seicentesche di S. Carlo Borromeo e dell’Addolorata e quelle monocrome di S. Bernardo e di S. Benedetto. La cupola e il presbiterio furono affrescati dai Bacchetta nel 1897.  Tra gli arredi liturgici si distinguono il ciborio battesimale ligneo del XVI secolo, un leggio barocco con putto, l’organo settecentesco Serassi e il coro ligneo neoclassico.

BORGO MURATO

Nel corso dei secoli Civate fu antico  borgo murato. Lo testimoniano ancora piazze, resti di mura fortificate e due castelli. Via Cherubino Villa, piazza Piccola e piazza Garibaldi mostrano ancora i portali in pietra delle antiche abitazioni nel centro dell’attività civile. Su piazza S. Calocero si affaccia l’ingresso principale della basilica dedicata al martire, la cui facciata a capanna presenta un pronao del XVI secolo. Una targa riporta l’antica dicitura di piazza Torricella (da “Turris in Isellam”) dove sorgeva, in epoca romana, una torre di controllo sull’attuale penisola. Sul lato ovest della piazza un grande arco ricorda l’arrivo dei monaci Olivetani (1556); sul lato opposto un portale gotico e uno barocco, conducono rispettivamente nella chiesa e nel chiostro.

Percorso verde - Cornizzolo, montagna sacra  

Percorso verde - Cornizzolo, montagna sacraAl di fuori del borgo di Civate, passando per la località di Pozzo, vi troverete sul sentiero per il Monte Cornizzolo, dove è possibile vedere paesaggi mozzafiato e tracce di insediamenti risalenti dalla preistoria al Medioevo. Da qui si può raggiungere il famoso complesso romanico di S. Pietro al Monte.


INFORMAZIONI PRATICHE

Percorso: medio-difficile (si consiglia di indossare scarpe comode e abbigliamento adeguato)

Durata: 3.30 h (più giro di 1 ora guidata all'interno S. Pietro al Monte)

Accessibilità: non adatto per le persone con disabilità.

 
LUOGHI

Piazza Antichi Padri

Nel 1897, in occasione dell’ultimo rifacimento della Chiesa dei Santi Vito e Modesto, fu ritrovata una tomba romana con alcune suppellettili, ora al Museo Archeologico di Lecco (Palazzo Belgiojoso). I resti invece di un antico cimitero sono riemersi nel 2006, durante gli scavi eseguiti per la realizzazione dell’ attuale Piazza dedicata agli Antichi Padri. La Piazza è simbolo dell’esistenza: verso occidente ricorda la fragilità della vita nel tramonto del sole; ad oriente indica il cammino al luogo sacro (la Chiesa Parrocchiale) in cui la speranza per l’uomo rinasce, come lo stesso sole, ogni giorno. Sul lato nord della Piazza è possibile osservare traccia del muro originario e la targa posta in memoria degli Antichi Padri: il leggendario eremita Duro, i monaci presenti a Civate nell’845 e tutti coloro che qui sono vissuti.


Borgo delle Noci

E’ il percorso in salita dell’antica “glarea strata” romana che, dal centro paese, conduce verso la località Pozzo. All’imbocco si passa a fianco del cinquecentesco palazzo Doniselli, residenza del dott. Giovanni Maria Doniselli, ricercatore e medico vissuto a Civate nel XIX secolo, e del dott. prof. Casimiro Doniselli celebre psicoanalista del XXI sec. Su questa via sorgevano due oratori: uno, medioevale, dedicato a San Rocco, l’altro, settecentesco, dedicato a San Carlo. Entrambi sono ora scomparsi.


Pozzo

Piccolo agglomerato di vecchie cascine, la cui origine è legata al passaggio dell’antica e importante strada romana che collegava Aquileia a Como.
Al Pozzo vi era collocata un’osteria che offriva con una bevuta “potum” ristoro ai viaggiatori dopo la ripida salita. Nel tempo la locanda, si trasformò in un luogo di accoglienza, “hospitale”, per i numerosi viandanti e pellegrini che giungevano a Civate attirati dalla fama delle numerose e preziose reliquie conservate a S. Pietro e S. Calocero e dalle indulgenze ad esse legate.
Dal Pozzo, inoltre, è possibile raggiungere la località denominata “Buco della Sabbia” (cavità carsica dove sono stati rinvenuti resti umani, incisioni e manufatti risalenti all’Età del Rame) e le falesie per l’arrampicata.

 
Linate e Prato Rossino

Da Linate (cascina situata a circa 440 metri di quota) si gode un’ottima vista su Civate e sul lago di Annone. Poco al di sopra si trova Prato Rossino, caratterizzato da uno spazio ampio e circolare, dove la vicina presenza di stele litiche fa supporre l’esistenza di uno dei luoghi deputati ad un primitivo culto solare.

 
Laghetti e Dosso della Guardia

I “Laghetti” sono caratterizzati da una serie di radure in cui, durante le piogge primaverili e autunnali, si formavano dei ristagni d’acqua. A meridione degli stessi, su una costa, si trova il “Dosso della Guardia”, luogo di vedetta utilizzato dai soldati romani per la difesa del territorio. Da qui la vista spazia su tutta la Brianza, sui laghi di Annone, Pusiano e Alserio e, nelle giornate più limpide, lo sguardo giunge fino alle Alpi piemontesi ed agli Appennini.

 
Complesso di S. Pietro al Monte

Situato a circa 650 metri di altitudine, il complesso è uno dei più noti e straordinari esempi di architettura romanica presenti sul nostro territorio.

La sua fondazione viene fatta risalire all’VIII secolo ed è legata alla leggenda della guarigione miracolosa di Adalgiso o Adelchi, figlio dell’ultimo re longobardo Desiderio. L’edificio attuale, che rappresenta quanto resta di un più ampio complesso benedettino, è il risultato di un definitivo completamento architettonico avvenuto nell’XI secolo . La pianta basilicale, a navata unica, è definita da due absidi semicircolari contrapposte, una ad oriente e una ad occidente. Stupendo ed unico il grandioso affresco sulla controfacciata, sopra la porta d’ingresso, che illustra la vittoria sul drago narrata nell’Apocalisse. Il ciborio, decorato in stucco e affresco, ricorda nella struttura e nella figurazione quello di Sant’Ambrogio in Milano. La cripta, dedicata alla Vergine, conserva stupendi bassorilievi in stucco ed affreschi.

Ai piedi dello scalone d’accesso alla basilica, si trova l’oratorio di S. Benedetto: all’interno dell’architettura trilobata restano tracce di affreschi seicenteschi e un piccolo altare, dell’XI secolo, magnificamente decorato su tre lati.


Oro

Piccola frazione contadina situata lungo il sentiero principale che conduce al complesso di S. Pietro al Monte. Una graziosa cappella affrescata dedicata alla Madonna, presso la quale sgorga una sorgente d’acqua freschissima, ricorda un antico luogo di culto romano.

 
Scola

Il toponimo deriva dalla presenza della più antica confraternita d’assistenza ai pellegrini ed ai viandanti che si recavano presso il monastero montano di S. Pietro al Monte (nel Medioevo tali ospizi si definivano appunto “scholae”). Oggi rimangono ancora tracce medioevali degli antichi edifici ed un oratorio d’origine altomedioevale, dedicato un tempo alla Vergine e, a partire dal XV secolo, anche a S. Rocco.

 
Baselone

La località è posta ai piedi dell’antica collina fortificata “Cèp Árgen” (toponimo derivato da “Cèp”, ossia roccia o rupe e “Árgen”, cioè argine o confine) che sovrasta l’insediamento di Tozio. Attraversata dal torrente Toscio, è attualmente zona di parcheggio dei bus turistici accanto al Centro Sportivo.

Scorci sulla Vallis Mater Agraria (Valmadrera)  

Scorci sulla Vallis Mater Agraria (Valmadrera)Il percorso, che si svolge in montagna, consente di toccare alcuni dei luoghi più interessanti e panoramici delle montagne valmadreresi.

Santuario della Madonna di San Martino: originaria parrocchia di Valmadrera con affreschi del ‘400 e ‘500, ospita la Madonna del Latte, l’immagine più cara per tutti i Valmadreresi.

San Tomaso: antica località rurale in felice posizione panoramica, con una chiesa del 1838, antiche cascine agricole e il Museo della vita contadina.

Taja Sass: area di archeologia industriale dove i massi erratici e le pietre del greto del torrente venivano lavorate per ottenere materiali da costruzione.

 

Disponibile anche su prenotazione, il percorso verrà realizzato con visite guidate il 10 maggio e il 13 settembre 2015 nell'orario 9:00 - 12:00.

Valmadrera tra Storia e Fede  

Valmadrera tra Storia e FedeIl percorso tocca i luoghi di arte e di fede più significativi del centro di Valmadrera:

Centro Fatebenefratelli: testimonianza della secolare presenza dei Fatebenefratelli a Valmadrera.

L’Orto Botanico: ospita le piante officinali che i Frati utilizzavano per i loro fini assistenziali.

Chiesa Parrocchiale di Sant’Antonio Abate: trasformatasi da una piccola cappella cinquecentesca fino all’imponente edificio attuale, segue e illustra lo sviluppo della comunità nei secoli.

Chiesa di san Rocco: sorta nel centro del nucleo di Caserta al tempo della peste, conserva affreschi quattrocenteschi.

Santuario della Madonna di San Martino: originaria parrocchia di Valmadrera con affreschi del ‘400 e ‘500, ospita la Madonna del Latte, l’immagine più cara per tutti i Valmadreresi.

 

Disponibile anche su prenotazione, il percorso verrà realizzato con visite guidate in loco il 12 aprile e 14 giugno 2015 nell'orario 14:30 - 17:30.

Affresco di Rosalba Citera  

Affresco di Rosalba CiteraLa Basilica di San Pietro al Monte è stata presentata "In  un poetico Eden Naturalistico" dalla pittrice Rosalba Citera in un affresco di circa 7 metri quadratri, ben visibile in esterno su un edificio in Via Belvedere a Civate.

L'edificio si trova sull'itinerario per raggiungere la Basilica di San Pietro al Monte, posta a 700 metri sopra l'abitato di Civate.

Aero Club Monte Cornizzolo - Scuola di parapendio  

Aero Club Monte Cornizzolo - Scuola di parapendioLa zona del Cornizzolo è un sito importante per gare nazionali ed internazionali di deltaplano e parapendio.

Il monte Cornizzolo è alto 1.240 metri e sulle sue pendici ci sono due decolli con esposizione a sud: il decollo “risparmio” e il decollo “centrale”.

Il territorio è caratterizzato da condizioni di volo ottimali determinate dall’orografia, che vede l’aria proveniente dalla pianura Padana convogliare sui pendii della Pedemontana.

L’atterraggio di Suello è una vera e propria area di lusso, che grazie all’impegno e alla fatica dei club locali, in particolare al club Scurbatt ed Aero Club Mt. Cornizzolo, è divenuto punto d’incontro fondamentale per i piloti.

Canottaggio laghi  

Canottaggio laghiIl ricco patrimonio naturale del Lago di Annone, le acque limpide del Lago Segrino e le incantevoli vedute del Lago di Pusiano sono i contesti perfetti per gite in canoa o kayak.

Da non perdere le competizioni velistiche come la Como Lake Spring Cup in Aprile, il Trofeo Nautica Sport a Settembre, la Lario Cup e la One Design Cup.

Ciclovia internazionale dei laghi  

Ciclovia internazionale dei laghiLa dorsale ciclabile, lunga 270 km da Colico a Ponte Tresa, tocca 14 laghi percorrendo il territorio delle province di Lecco, Como e Varese.

I laghi di maggior rilievo che si possono ammirare sui numerosi tratti della ciclovia sono quelli di Como, Maggiore, Lugano, Annone, Pusiano, Varese ed Alserio.

I diversi percorsi, di lunghezza limitata, consentono la visita dei numerosi luoghi di interesse locale e, grazie al collegamento con le piste ciclabili del Canton Ticino,  sviluppano un percorso transfrontaliero.

Gli itinerari sono 9 della durata media di circa 3 ore escludendo le visite alle chiese, alle ville e ai paesini disseminati sul territorio.

Di notevole interesse sono gli itinerari 5 (laghi morenici e comaschi), 6 (Il Ghisallo), e 7 (Arte e letteratura fra i laghi briantei) che entrano nel vivo dell'area ecomuseale del Distretto dei Monti e dei Laghi Briantei.

Easy Life - Palestra Fitness Wellness  

Easy Life - Palestra Fitness WellnessCentro per palestra, fitness e wellness

Escursioni / Arrampicata  

Escursioni / ArrampicataInnumerevoli le possibilità escursionistiche ed alpinistiche sulle montagne del nostro territorio.

La rete sentieristica, curata dalle associazioni del Comune, tocca le cime del Monte Cornizzolo, del Monte Rai e del Corno Birone, attraverso sentieri tematici come quello delle “casote”, percorsi ad anello o sentieri singoli che raggiungono i siti di maggior interesse naturalistico o artistico quali il "buco della sabbia” e San Pietro al Monte.

Sul territorio esistono anche palestre di roccia come la Falesia in località Pozzo o in zona Laghetti.

Questa di Civate è probabilmente una delle più frequentate falesie del Lecchese:

  • l'avvicinamento è breve e non impegnativo,
  • la roccia è compattissima,
  • l'ambiente è piacevole e tranquillo con una bella veduta sul lago di Annone,
  • i gradi non sono eccessivi, ideali per iniziare o per arrampicatori medi,
    a tutto questo si aggiunge la possibilità di frequentare la parete tutto l'anno.

 

 

Sci nautico Baia di Parè  

Sci nautico Baia di ParèLo Sci Nautico Baja di Parè si trova nella Baia di Parè.

La scuola ha iniziato la sua attività nel 1986 nel comune di Malgrate per poi trasferirsi dopo pochi anni a Parè, dove opera con lo scopo di insegnare la pratica dello sci nautico a neofiti e ad esperti sciatori che utilizzano l’imbarcazione dello sci  club.

Il club è aperto tutto l’anno su prenotazione.